Questa settimana restiamo nella fascia vegetazionale subalpina in compagnia di un piccolo arbusto caducifoglio che spezza la monotonia del sottobosco di faggete e castagneti grazie all’intenso color lilla della corolla. In molti avranno avuto la fortuna di incontrarla, poiché in Abruzzo è presente su tutti i gruppi montuosi, ma per i meno fortunati, ecco il Fior di Stecco!

Daphne mezereum L.
Fior di stecco, Mezereo, Camelea, Pepe di monte
Thymelaeaceae
NP
Eurosiber.

La Daphne mezereum L. è un arbusto caducifoglio di dimensioni ridotte alto tra i 30 e i 120 cm avente rami grigio bruni di consistenza fibrosa che in gioventù si presentano villosi. Le foglie sono portate sui rami dell’anno e si sviluppano dopo la fioritura creando un forte contrasto cromatico tra il grigio della corteccia e il lilla intenso del fiore. Le foglie hanno fillotassi alterna, margine ellittico leggermente spatolato (1-2 x 4-8 cm) e da giovani sono ciliate al margine.  Ciò che massimamente attrae lo sguardo è il fiore precoce nelle varie sfumature lilla, rosso, rosa e talvolta bianco. Essi sono disposti lateralmente sulla parte superiore dei rami, a formare un racemo coronato da una rosetta di giovani foglie emergenti dalla gemma terminale. Il frutto è una drupa del diametro di 6-8 mm di colore rosso vivo contenente un seme rotondo giallastro che occupa la metà del volume del frutto.

La fioritura avviene tra marzo e maggio mentre i frutti maturano da luglio a settembre.

Oltre agli aspetti puramente biologici il Fior di Stecco affascina anche sotto l’ambito linguistico e socio culturale. L’etimologia del nome generico deriva dal latino “Daphne” = alloro data la similarità nella forma delle foglie. Il nome Dafne inoltre evoca uno dei miti greci più struggenti: Dafne, figlia di Gea e del fiume Peneo era una giovane e deliziosa ninfa dei boschi la cui vita silvana fu stravolta dal capriccio di due divinità: Apollo ed Eros. In seguito ad un litigio tra i due Dei, Eros per vendicarsi scagliò una freccia dorata per far innamorare Apollo e una freccia di piombo a Dafne per fargli respingere il Dio. Apollo invaghito rincorse Dafne riluttante e terrorizzata per i boschi fin quando ella pregò la madre Gea di far cessare il suo supplizio mutando il suo aspetto, tanto dolore e paura che Apollo le incuteva. Gea lacrimosa fu mossa dalla pietà per la figlia e improvvisamente i capelli di Dafne divennero foglie, le braccia flessibili rami, il corpo s’indurì in corteccia e i piedi affondarono nel suoli mutando in radici. Da quel giorno nacque l’alloro. L’epiteto specifico “mezereum” deriva dall’arabo “mazarium” = veleno e allude alla tossicità dell’intera pianta.

Per esprimere quanto sia tossica questa specie possiamo rifarci agli scritti del botanico italiano Pietro Andrea Mattioli (1501 – 1578) in quale scriveva: “sono veramente piante che operano valorosamente e con grandissima furia: e però tolte da persone deboli spesso le ammazzano scorticando loro le viscere ed aprendo loro le bocche delle vene”. E parlando dei frutti aggiunge: “Usano questo i villani per purgarsi quando si sentono ammalati, pensando così facendo, d’ingannare i medici, e similmente gli spetiali: non accorgendosi che spesso fanno cantare i preti e suonare le campane come assaissime volte ho veduto io”.

Per l’Abruzzo non si conoscono specifiche ricette che prevedono l’utilizzo di questa pianta, detta cocognidio, veduvelle o jerva bruciosa tuttavia la medicina popolare dei secoli passati impiegava l’estratto alcolico della corteccia per uso esterno contro i dolori reumatici.

Oltre che in faggete e castagneti in Abruzzo è possibile trovare il mezereo nei boschi montani di latifoglie miste e nelle brughiere subalpine, dai 500 agli 1800 m, su substrati ricchi e tendenzialmente basici.  In guardia però, non raccogliamola e limitiamoci ad osservarla in quanto, oltre ad essere velenosa, è anche specie protetta dalla Legge Regionale 11.09.1979 n°45!  Ciao e alla prossima settimana!