Categoria: Pianta della settimana

La pianta della settimana: Paliurus spina-christi

Oggi presentiamo un arbusto mediterraneo spinoso ed impenetrabile molto comune nel nostro territorio.  A Teramo è la Spina sanda, a Chieti la chiamano Zizzolo, Vecaca o Spina vocaca, mentre all’Aquila è la Marruca. E poi ancora Cìppune, Avicaco, Bucaca e Zintattà… ma di chi stiamo parlando?

Paliurus spina-christi Mill.

Marruca, Spina di Cristo, Cappellini, Soldini

Rhamnaceae

Forma Biologica: P caesp

Tipo corologico: Pontica

Paliurus spina-christi è un arbusto perenne ad habitus cespuglioso di altezza compresa tra 1 e 4 metri. La caducità autunnale delle foglie lucenti, ovali e coriacee manifesta la ragione del richiamo a Cristo. I sottili e flessibili rami zigzaganti portano rigide spine pungenti lunghe 5 -8 mm di due forme differenti: la più lunga diritta, la più breve ricurva.

La fioritura passa spesso inosservata a causa delle dimensioni contenute della pianta tuttavia gli esemplari maturi ed in buono stato di salute possono cingersi di centinaia di piccoli fiori gialli nel periodo tra maggio e giugno. I fiori sono ermafroditi di circa 3-4 mm portati all’ascella fogliare e riuniti in cime corimbose.

Oltre alla spinescenza, l’altra caratteristica che rende unica questa specie è il singolare frutto secco discoidale a cui si devono i nomi comuni “Soldini” e “Cappellini”. Il frutto è una drupa tonda legnosa circondata da un’ala membranacea circolare inizialmente verde poi virante al bruno durante la maturazione.

In passato era solito coltivare la marruca come siepe per delimitare i campi e i giardini delle ville signorili, costituendo un essenziale corridoio ecologico per la fauna selvatica. Allo stato selvatico vegeta in terreni incolti e di difficile colonizzazione quali le garighe mediterranee, i pendii aridi e soleggiati, suoli sassosi e argillosi ma anche terreni alluvionali freschi e fossati.

Sono numerose le leggende orbitanti attorno alla Spina di Cristo e la più diffusa e quella che la vuole come pianta con cui è stata intrecciata la corona spinosa di Gesù. Questa tesi è avvalorata dal fatto che Il P. spina-christi è molto diffuso nei pressi di Gerusalemme, tuttavia il sottile confine tra storia e leggenda indica altri concorrenti autorevoli quali Berberis vulgaris L. (Crespino comune), Ziziphus jujuba Mill. (Giuggiolo), Poterium spinosum L. (Sarcopoterio spinoso) e Prunus spinosa L. (Prugnolo).

Pur essendo molto diffusa sul territorio regionale vi è una buona presenza di questa specie all’interno della Riserva Naturale Regionale “Lecceta di Torino di Sangro”, nella valle del Tirino e nell’area del Chietino.

I rami della Marruca sono saldamente aggrovigliati alla storia dell’Abruzzo antico, infatti nella Tabula Rapinensis, un’epigrafe in alfabeto latino che rappresenta la principale fonte di conoscenza del dialetto Marrucino, riporta l’espressione “touta marouca” ossia “popolo marrucino”. Il nome deriverebbe dall’antico centro di Marruca, oggi colle di Rapino (CH). Ad oggi della lingua marrucina restano solo le parole Marruca e Marrucaio riferite alla tipica vegetazione a Paliurus spina-christi presente nel territorio.

   

La pianta della settimana: Vinca major

Buongiorno cari lettori, continua la nostra rubrica con la “Pianta della settimana”. Oggi parliamo di una specie comune nella nostra regione, ma assolutamente da non sottovalutare!

Vinca major L. susbp. major
Pervinca maggiore
Apocynaceae
Forma Biologica: Ch rept
Tipo corologico: Euri-Medit.

“So perché sempre ad un pensier di cielo,

misterïoso il tuo pensier s’avvicina,

sì come stelo tu confondi a stelo,

vinca pervinca;

Così scriveva della pervinca Giovanni Pascoli nella sua raccolta Myricae, dipingendola con un simbolismo malinconicamente celeste. Lo stesso Jean-Jacques Rousseau, nel 1736 se ne innamorò follemente, tanto da persuadere i giardinieri del parco delle Charmetes, dove era ospite, a piantarla in tantissime aiuole. Conosciamola meglio!

Il nome della famiglia, Apocynaceae, deriva dal genere Apocynum che in greco significa “contro il cane”, da “apo” = contro e “kion” = cane. Questa etimologia viene fatta risalire a Dioscoride che spiegava come tale pianta fosse molto velenosa per i cani a causa dei suoi vasi laticiferi. Viene quindi da subito esaltata la tossicità insita in questa specie. Il nome del genere, Vinca, è legato ad un’altra particolarità: deriva dal latino “vincire”, legare, dato che i lunghi getti striscianti erano impiegati per confezionare ghirlande. Un’altra ipotesi sull’origine del nome Vinca è che esso derivi dalla parola “vincere”, nel senso di “combattere”. Nel caso della pervinca è inteso come “lottare” contro l’inverno attraverso le foglie sempreverdi.

Nel territorio abruzzese viene indicato con nomi più generici, ad esempio campanille vijole (Campanelli viola), o con nomi che richiamo la sua potenziale tossicità come vijole de li sirpe (Viola delle serpi). Vegeta in boschi, siepi, parchi e lungo i corsi fluviali, da 0 a 800 m s.l.m.

Fin dal passato la pervinca è stata impiegata per la cura di moltissime patologie e ad oggi è un rimedio apprezzato contro cefalee, vertigini, disturbi della memoria e arteriosclerosi. Le foglie vengono utilizzate per estrarre la vincamina, un alcaloide che entra nella composizione di farmaci in grado di aumentare la funzionalità del sistema nervoso centrale (vasodilatatore ed ipotensivo della circolazione cerebrale) e nella medicina geriatrica. Le foglie possono essere usate contro il catarro cronico, l’enterite, la diarrea, le emorroidi, la leucorrea.

In Abruzzo, a causa della sua tossicità, veniva cautamente impiegata in decotto di foglie contro le emorragie e gli spasmi del ventre. Era ben nota infatti alle popolazioni locali la sua efficace azione emostatica. Allo stesso modo, in tanti altri paesi europei si attribuiva alla pervinca la proprietà di arrestare il flusso di sangue: ad esempio, in caso di epistassi, veniva posta una ghirlanda di fiori al collo del malato. Accanto agli usi medicinali non mancano quelli legati al culto della morte: corone di pervinca veniva realizzate per adornare i defunti. Nell’Inghilterra medioevale i condannati a morte solevano portare alcuni rami prima di morire. Allo stesso tempo, fiori di pervinca venivano sparsi davanti agli sposi ed era usanza mangiare da parte di marito e moglie alcune foglie per propiziare l’amore.

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.

La pianta della settimana: Eranthis hyemalis

Cari amici di Flora d’Abruzzo, inauguriamo questa nuova rubrica sul nostro blog: ogni settimana pubblicheremo alcune foto inedite, corredate da interessanti descrizioni etnobotaniche, di una pianta spontanea della flora abruzzese.
La prima pianta di questo nuovo ciclo è uno dei primissimi fiori dell’anno, attesi con impazienza dalle api bottinatrici!

Eranthis hyemalis (L.) Salisb.
Piè di gallo, Elleboro d’inverno
Ranunculaceae
Forma biologica: G rhiz
Tipo corologico: S Europ.
28/01/2020

Questa vivace Ranunculacea è l’annunciatrice della primavera, poiché tra le prime piante a fiorire ravvivando i prati. La fioritura dorata e lucente precede l’emergenza fogliare, attirando su di sé tutta l’attenzione dell’osservatore. Tuttavia non sono i petali i protagonisti del colore, ma dei sepali petaloidi circondati da un involucro bratteale sessile. I veri petali, caratteristica comune nelle Ranunculaceae, sono ridotti a piccoli tubuli nettariferi. Gli stami sono molto numerosi e il fiore a maturità lascerà spazio a 5-8 follicoli rostrati.

La riproduzione vegetativa è la via prediletta e Piè di gallo si affida ai suoi rizomi tubercolati per diffondersi tra lungo il margine di campi coltivati e prati, presso torrenti e fossi ma anche arbusteti e chiarie di boschi mesofili. Predilige luoghi freschi lontani dalla luce diretta.

La grazia e la vivacità del colore unite all’emozione di raccogliere i primi fiori di primavera possono trarre in inganno e far credere che la pianta sia innocua. Parimenti alle altre Ranunculaceae anche Eranthis hyemalis possiede dei principi attivi altamente tossici per l’uomo, tanto che Linneo l’aveva classificata nel genere Helleborus, rinomato per annoverare piante altamente tossiche.
Gli usi officinali di questa specie non sono molti tuttavia il botanico francese Gaston Bonnier (1853 –1922) riporta l’uso dei rizomi in ambito veterinario contro la morva, malattia infettiva e contagiosa degli equini.

Se anche voi conoscete questa pianta e siete al corrente di usi tradizionali o aneddoti legati al Piè di gallo, scrivetelo nei commenti!

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.

La pianta della settimana: Cerinthe major

Lettori di Flora d’Abruzzo, ecco a voi la nostra “Pianta della settimana”!

Cerinthe major L.
Erba vajola maggiore, Erba tortora
Boraginaceae
Forma biologica: T scap
Tipo corologico: Steno-Medit.
08/01/2020

Il giallo si conferma il colore del mese con carotenoidi e xantofille che abbondano nella corolla tubulare di Cerinthe major L.

Il nome latino della specie deriva da “Keros” cera e “Anthos” fiore e fu attribuito dal botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (1656 – 1708) perché il fiore dell’erba vajola maggiore è molto gradito alle api ed ha la forma di un piccolo cero. L’epiteto specifico “major” maggiore deriva dal latino e distingue la suddetta specie dalle congeneri di dimensioni più modeste.

E’ una pianta comune in tutta la regione e si può facilmente incontrare nei prati, nei terreni incolti, a bordo strada e lungo i fossi poiché predilige suoli umidi e zone ombrose.
Una peculiarità interessante è la presenza o meno dell’anello porporino all’estremità della corolla cla cui presenza è dipendente dall’ambiente di crescita della pianta.

Non sono note particolari utilizzazioni popolari di questa specie, tuttavia alcuni testi la indicano come sostitutiva della Borragine (Borago officinalis L.) nella preparazione di infusi e decotti dalle proprietà depurative, emollienti e diaforetiche.

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.

Se anche voi conoscete questa pianta e siete al corrente di usi tradizionali o aneddoti legati all’erba vajola maggiore, scrivetelo nei commenti!

La pianta della settimana: Capsella bursa-pastoris

Buongiorno amici di Flora d’Abruzzo, ecco la nuova “Pianta della settimana”, vi auguriamo una buona lettura!

Capsella bursa-pastoris (L.) Medik.                                                                  Borsapastore, Borsa del pastore comune, Borsacchina, Capsella                          Brassicaceae                                                                                                                            Forma biologica: H bienn                                                                                                           Tipo corologico: Cosmop.                                                                                                07/02/2020

…Infusus sanguinis effluxus, undantia menstrua sistit” (l’infuso ferma le perdite di sangue e le mestruazioni eccessive): così scriveva della borsa pastore l’illustre botanico Castore Durante (1529-1590) nel suo Herbario novo. Questa specie presenta un areale di diffusione davvero ampio e con una capacità di adattamento elevatissima. La si trova in fatti in tutto il globo tranne che nelle zone aride ed è in grado di fiorire per tutto l’arco dell’anno. Da sempre nota ai popoli che si sono susseguiti nel corso della storia, il riconoscimento delle proprietà emostatiche lo si deve al grande medico e botanico Pietro Andrea Mattioli (1501-1578).

Durante la Prima Guerra Mondiale la medicina si interessò particolarmente a questa pianta che sostituì due metodi già in uso, la segale cornuta e l’idraste. In realtà, si è poi scoperto che la sua efficacia dipende molto dall’età del preparato.
La sua etimologia è strettamente correlata alla particolare forma dei suoi frutti. Essi, infatti, ricordano la forma della borsa tipicamente usata dai pastori e il loro nome generico deriva dal latino “capsa”. Capsella deriva infatti dal latino e significa “piccolo cofanetto”. L’origine del suo nome è però controversa: secondo alcune teorie, il nome di questa pianta deriverebbe dall’ accadico “burussu” = tappo, turacciolo + “paštu” = ascia, scure’. Secondo questa tesi la forma del frutto ricorderebbe un tappo, una zeppa a forma di scure. Localmente viene indicata come: u bucc, rapagnule salvagge, capillanie o jerva pastore.

Il principale utilizzo che ne è stato fatto è come antiemorragico. I principi attivi che compongono la pianta sono tannini, flavonoidi (tra cui esperidina, diosmina e rutina), olio essenziale solforato, alcaloidi, acidi organici, saponine. Veniva impiegata per curare le emorragie, le vene varicose e le emorroidi. Veniva inoltre utilizzata per frenare e regolare i flussi mestruali troppo abbondanti. Importante è stato il suo utilizzo nella cura di epistassi, diarree ed emorroidi.

In Abruzzo era adoperata in decotto, tutta e fresca, per curare la malaria (in particolare ad Ortona). La pianta intera, messa a macerare per tre giorni, veniva offerta come aperitivo. Nelle metrorragie e nella ematuria veniva bevuto un decotto dell’intera parte aerea della pianta. Inoltre, veniva usata in cataplasma nelle affezioni cutanee. Pare che i pastori dell’Aquilano, durante la transumanza, ne portassero un impiastro avvolto ai polsi per prevenire la malaria. Si racconta, inoltre, come un pastore che curava con questa pianta le sue pecore riuscì ad arrestare un’emorragia uterina ad una donna somministrandole ogni ora un cucchiaio di succo fresco della pianta. La borsa pastore veniva inoltre consumata fresca o cotta nelle insalate contadine.

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.

La pianta della settimana: Euphorbia characias

Buongiorno amici di Flora d’Abruzzo, eccoci con la nostra rubrica settimanale de “La pianta della settimana”.
Oggi vi raccontiamo di una specie molto particolare, attualmente in fiore, e che è possibile osservare in tutto il territorio regionale.

Innocua, anonima, innocente azzarderebbe qualcuno e invece tossica, variopinta e maliziosa con un segreto che scorre al suo interno.

Buona lettura!

Euphorbia characias L.
Euforbia cespugliosa
Euphorbiaceae
Forma Biologica: P caesp
Tipo corologico: Steno-Medit.
27/02/2020

Euphorbia characias L. è una pianta legnosa a portamento cespuglioso tipica della regione mediterranea e comunemente diffusa in Abruzzo. Legata agli ambienti caldi e soleggiati trova il suo optimum nella macchia mediterranea colonizzando garighe rocciose, ripidi versanti e le chiarie delle leccete.
Le accese tonalità verdi dell’infiorescenza, il rosso bruno delle ghiandole nettarifere a mezzaluna in contrasto con il giallo delle antere, l’affascinante glaucescenza fogliare e il robusto fusto rossastro colmo latice bianco donano vita e colore agli aridi prati mediterranei in uscita dall’inverno.
Ed è proprio il latice contenuto in tutte le parti verdi della pianta che caratterizza Euphorbia characias. Al suo interno si trova una miscela di principi attivi costituito da una miscela di vari alcaloidi e glucosidi saponinici, nella quale prevalgono euforbia ed euforbone, che rende tossica queste specie in ogni sua parte, e il genere Euphorbia con essa. Se a contatto con gli occhi e le mucose il latice biancastro può scatenare dolorose irritazioni e, qualora ingerito, provoca nausea, vomito, bruciore gastro-intestinale e dolori addominali. Nonostante la tossicità dei principi attivi, le proprietà purganti, rubefacenti ed emetocatartiche dell’Euforbia cespugliosa ne hanno comunque garantito un certo utilizzo nella medicina popolare tradizionale.
Eppure secondo Manzi (2003) pare che non fossero le virtù curative a rendere l’Euforbia cespugliosa particolarmente in voga nell’Abruzzo rurale del secolo scorso ma proprio la sua tossicità mista all’incoscienza adolescenziale dei ragazzi di ogni epoca. Egli riporta l’usanza diffusa tra i giovani abruzzesi di spremere alcune gocce di latice irritante sul glande del loro pene in modo da ingrossarne le dimensioni e indurre spasmi e movimenti involontari. Questo modo piuttosto pericoloso di vantarsi delle dimensioni del proprio organo sessuale rappresentava per i maschi una sorta di rito di passaggio dall’età puberale all’età adulta. Anche le ragazze non erano immuni da queste vanterie e pare che usassero lo stesso latice per ingrossare i capezzoli e rassodare i seni affinché risultassero più prosperose ed attraenti.
Questa pratica ha dato origine al malizioso fitonimo dialettale “Bottacelle” conosciuto in tutta la regione per indicare l’Euphorbia characias ed in generale tutte le altre euforbie secernenti latice urticante. Un altro fitonimo molto diffuso nella regione è “tutumaje” o “titimaje” ma questa è un’altra storia…

Se anche voi conoscete questa pianta e le tradizioni ad essa appartenenti scrivetelo nei commenti!

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.

La pianta della settimana: Coronilla scorpioides

Buongiorno amici di Flora d’Abruzzo, eccoci di nuovo con la nostra rubrica, la “Pianta della settimana”, buona lettura!

Coronilla scorpioides (L.) W.D.J. Koch
Fabaceae
Cornetta coda di scorpione, Coronilla coda di scorpione
Forma biologica: T scap
Tipo corologico: Euri-Medit.
07/03/2020

Fronne d’amore, fronne de grane
dimme l’amore se mi ame
se mi ama che esce for
sennò ch’aremane a do se trove

Il nome del genere, Coronilla venne definito dal botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (1656 – 1708) e deriva dalla curiosa disposizione dei fiori alla fine del peduncolo, appunto a “piccola corona”. L’epiteto specifico invece deriva dalla forma del frutto: esso si presenta allungato e ricurvo ad una estremità, particolarità che lo fa somigliare alla coda di uno scorpione. Tale caratteristica la faceva in passato ritenere efficace contro le punture di questi artropodi.
I semi di coronilla, tossici, contengono coronillina, un glucoside amaro dal colore pallido con proprietà catartiche, diuretiche, lassative e cardiotoniche. Dalla fermentazione delle foglie si ottiene un colorante blu come l’indaco. Infestante delle colture cerealicole, è diffusa in tutto il territorio regionale dove è possibile osservarla anche su campi e terreni incolti, pascoli e radure, su terreni aridi in prevalenza calcarei, da 0 a 800 m s.l.m.

Gli usi abruzzesi della coronilla coda di scorpione sono strettamente legati al mondo rurale e prendono origine dalla pratica della mondatura del grano, ovvero l’eliminazione manuale delle piante infestanti commensali delle specie coltivate. Questa delicata operazione era riservata alle mani esperte delle donne, giovani e anziane, che rastrellavano i campi alla ricerca di queste specie. Ognuna di queste aveva il proprio nome e le sue proprietà ed usi, conoscenze sapientemente tramandate di madre in figlia. Erano le “fronne de l’amore”, termine usato in Abruzzo per indicare anche diverse piante infestanti delle messi. La Coronilla scorpioides, tra queste, era sicuramente la più apprezzata dalle le giovani ragazze fidanzate o in attesa di marito, che vi cercavano la conferma del loro fidanzato o si interrogavano sulle proprie speranze d’amore. Le giovani, consigliate dalle anziane, solevano raccogliere alcune foglie di cornetta, masticarle e applicare la poltiglia ottenuta sulla pelle del polso o dell’avambraccio. Le foglie, ricche di sostanze rubefacenti e allergizzanti producevano arrossamento e in alcuni casi delle piccole ferite. Si procedeva allora ad interrogare questo particolare “oracolo vegetale” attraverso versi poetici e il responso si otteneva osservando i risultati prodotti dall’applicazione (Manzi, 2003):

Se me vò bene lu spose
famme ‘na rose
se mè vò male
‘na piaha dulurose

Il passaggio da una agricoltura tradizionale ad una di mercato con utilizzo di erbicidi, fertilizzanti ed elevata meccanizzazione è la causa della progressiva scomparsa delle specie commensali delle colture agricole. Ciò comporta sia una perdita di ricchezza specifica nelle zone rurali ma anche una perdita di tradizioni locali e della memoria storica di ogni regione.

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.

La pianta della settimana: Calendula arvensis

Buongiorno amici di Flora d’Abruzzo, vi presentiamo la nuova “Pianta della settimana”, buona lettura!

Calendula arvensis (Vaill.) L.
Fiorrancio selvatico, calendula dei campi, calenzola
Asteraceae
Forma biologica: H bienn
Tipo corologico: Euri-Medit.
07/02/2020

Piccole perle arancioni annunciano l’avanzare della bella stagione: sono fiori di calendula dei campi che con il loro profumo intenso cominciano ad arricchire campi e prati. Lo stesso William Shakespeare decanta questi fiori nei suoi sonetti: “…I favoriti dei grandi prìncipi schiudono i loro bei petali come la calendula sotto l’occhio del sole“.

Seppur indicata dai Greci come “Caltha” si conoscono tanti altri nomi di questo fiore: “Fiorrancio”, “Sposa del sole”, perché si gira al girar del sole, “Orologio dei contadini”, perché si apre con il primo sole e si richiude al tramonto. Il nome calendula deriva da “calende”, ovvero il primo giorno di ciascun mese nel calendario romano, quello della luna nuova. Il rapporto con l’inizio del mese si deve intendere in senso figurato, cioè che durante la bella stagione essa fiorisce mensilmente, così come nel calendario romano la luna rispuntava, simile a una sottile falce lattea, alle calende di tutti i mesi che allora erano lunari. Questo rapporto è inoltre rifesso dai frutti della calendula, gli acheni, somiglianti nella forma alla prima falce di luna. L’epiteto specifico del nome deriva dai luoghi in cui questa pianta vegeta.

Nella mitologia la calendula è legata al pianto della dea Afrodite (Venere per i romani): la dea, profondamente addolorata per la morte del giovane amante Adone, pianse lacrime che, toccando terra, si tramutarono presto in calendule. Forse è questo uno dei motivi per cui i Greci, nella loro arte, raffiguravano il dolore con i tratti di un giovanetto che teneva in mano una corona di calendula. Per questo motivo nella simbologia ottocentesca è diventata simbolo di inquietudine, angoscia e disperazione.

Comune in tutto il territorio abruzzese, abita campi, incolti e margini stradali. La “calendre”, così come viene indicata questa pianta nel dialetto regionale, presenta numerose proprietà legate ai principi attivi: carotenoidi, saponine, gomme, mucillagini, olii essenziali, flavonoidi, poliacetilene. Tra le molteplici proprietà ricordiamo quelle antinfiammatorie, antispastiche, antisettiche, digestive. Per uso esterno è indicata per piaghe, ustioni e contusioni. Inoltre, è particolarmente efficace nei dolori mestruali e nella regolazione del flusso.
Nella tradizione rurale abruzzese, foglie e assi fiorali, oltre a essere mangiati come verdure lesse nelle “misticanze”, venivano utilizzate in decotto contro il mal di ventre delle vacche. Inoltre, veniva impiegata per tingere di giallo utilizzando come mordente l’allume.

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.

La pianta della settimana: Allium neapolitanum

Cari amici di Flora d’Abruzzo, eccoci ritrovati con la nostra rubrica “La pianta della settimana” Oggi vi presentiamo una specie erbacea molto diffusa nelle campagne, nei parchi, nei giardini e nelle aree verdi delle nostre città e che, in questi giorni di isolamento necessario, potremmo avere la fortuna di osservare dalle finestre e dai balconi.
Buona lettura!

Allium neapolitanum Cirillo
Aglio napoletano
Amaryllidaceae
Forma Biologica: G bulb
Tipo corologico: Steno-Medit.
05/03/2020

“Primavera non bussa lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura” cantava nel 1971 il caro Faber e se volessimo identificare la stagione incipiente con un vegetale, beh, non potremmo con considerare l’Allium neapolitanum.
L’aglio napoletano è una pianta erbacea perenne recante un piccolo bulbo contornato da numerosi bulbilli arrossati che ne assicurano la propagazione vegetativa più efficacemente del seme. L’altezza della pianta varia dai 20 ai 50 cm e alla sommità degli scapi fiorali svetta una graziosa infiorescenza ad ombrella colma di profumatissimi fiori bianchi a forma di stella, delicati ed ermafroditi composti da 6 petali e antere scure che ingialliscono con l’età.
L’impollinazione di questo scrigno vegetale è appannaggio di api e altri imenotteri pronubi e nel gergo tecnico l’impollinazione viene definita entomofila.
Le 2 o 3 foglie nastriformi possono raggiungere i 35 cm di lunghezza negli esemplari più grandi e proteggono come una guina lo stelo fiorale durante la sua maturazione.

L’etimologia del nome generico deriva dal celtico “ALL”, nel significato di caldo bruciante in riferimento esplicito all’odore e al sapore intensi del bulbo di questa pianta mentre il termine specifico si riferisce alla zona di crescita preferita dalla specie. Tuttavia l’epiteto neapolitanum non deve ingannarci poiché questo aglio è comunemente diffuso in tutta Italia e vegeta in luoghi freschi ed umidi, tendenzialmente ombrosi in prati, bordi stradali, parchi pubblici e giardini ma anche radure boschive.
La fioritura dell’aglio napoletano va marzo a giugno e corrisponde al periodo ottimale per la raccolta di steli, foglie e bulbi. Essi possono essere consumati freschi in insalate o cotti in minestre di verdure, risotti e frittate. Anche i bulbi essiccati trovano impiego nella cucina tradizionale e possono essere degli ottimi surrogati dell’aglio coltivato poiché hanno un sapore meno pungente.

L’aglio napoletano condivide con l’aglio coltivato tutte le virtù officinali del genere Allium e i suoi principi attivi hanno proprietà antisettiche, espettoranti, ipotensive, stimolanti, toniche e vermifughe.
Tra i numerosi principi attivi dell’Allium neapolitanum (come anche nelle altre specie del genere Allium) si trova l’Alliina un amminoacido presente nell’aglio fresco non contuso. Quando l’alliina viene degradata dall’enzima aliinasi in acido piruvico e acido 2-propensul-fenico essa si trasforma in allicina, un composto organico a base di zolfo dotato di spiccata attività antibatterica.
L’allicina quando viene a contatto con l’aria si trasforma in disolfuro di diallile che è il responsabile del caratteristico odore pungente dell’aglio.
Tra gli altri composti organici presenti nell’aglio si trovano anche l’ajone un antiaggregante piastrinico che inibisce l’attività delle piastrine e ha effetto antitrombotico. Inoltre sono stati individuati altri composti quali garlicina e alisina dotati di attività antibiotica.

La medicina popolare abruzzese dei secoli passati non era al corrente della chimica vegetale ma la continua trasmissione orale di rimedi e ricette unita alla necessità di curarsi con ciò che si aveva a disposizione aveva individuato nell’ aglio napoletano fresco pestato un pronto rimedio contro infiammazioni epidermiche e prurito.

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén