Datura stramonium: l’erba maledetta di streghe e ladri

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Quando si pensa ad un frutto i più nel pensier si fingono frutti carnosi e morbidi in cui affondare i denti: mele, prugne, pesche ed arance, uva e ciliegie. L’inverno è una buona stagione per alcuni frutti e l’avifauna può sopravvivere solo grazie a questa salvifica testimonianza di un’estate ormai passata. Ma non tutti i frutti sono dolci e appetiti come le drupe dei sorbi o le bacche dei viburni, alcuni pungono e respingono quasi a voler denunciare apertamente la loro natura mortifera. Stiamo parlando dello stramonio, dal fiore candido ma dal seme mortale.

La Datura stramonium L. (Stramonio, Indormia, Noce spinosa, Erba del Diavolo, Erba delle streghe, Noce vomitta) è una specie erbacea appartenente alla famiglia delle Solanaceae. Essa comprende circa 85 generi con oltre 2200 specie di cui circa 30 appartenenti alla nostra flora e afferenti a 13 generi (S. Viola, 1975). La sua introduzione in Italia è da collocarsi presumibilmente prima del XVI secolo poiché non viene fatto cenno di questa pianta in testi botanici più antichi (Lapucci C., A.M. Antoni, 2016). La provenienza del genere Datura è controversa e ancora avvolta nel dubbio. Molti autori individuano esclusivamente nell’America centrale l’areale di origine (Symon & Haegi, 1991) mentre altri autori sostengono che questa pianta fosse presente in Asia ed Europa già dall’età del bronzo (3500 a.C. – 1200 a.C.) e che sia stata successivamente diffusa in Europa dalle popolazioni zingare che ne facevano uso medico (E. Maugini, L.M. Bini, M.M. Lippi, 2006)

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Esemplare di Datura stramonium L. nei pressi della ferrovia adriatica a Pineto (TE)

Una prova a favore dell’origine asiatica si ha nel ritrovamento di un sito archeologico datato al 1700 a.C localizzato nei Pirenei, nello stato di Andorra nella località Prats. Le analisi microscopiche hanno individuato la presenza di semi di D. stramonium L. all’interno di vasi di terracotta (Yáñez et al., 2001-02). Altri resti di D. stramonium sono venuti alla luce in un orizzonte della stessa età nel sito ungherese di Pécs (Guerra Doce, 2006). A queste prove archeobotaniche si aggiungono anche i numerosi riferimenti letterari di autori greci ed asiatici (Teofrasto probabilmente con il termine “Struchnon manicon” identificava piante del genere Datura, anche se si crede che autori successivi abbiano male interpretato e tradotto le sue parole) di epoca precolombiana. Anche il famoso medico islamico Ibn Sīnā (980 d.C-1037 d.C.), Avicenna per i latini, descrive un frutto “rassomigliante ad una noce con corte e spesse spine”. Nel recente studio “Historical evidence for a pre-Columbian presence of Datura in the Old World” condotto dagli scienziati R. Geeta, W. Gharaibeh nel 2007 si afferma che attualmente la comunità scientifica si divide tra tre principali ipotesi:

  • Datura è un taxon del Nuovo Mondo, ma almeno alcune specie potrebbero essere originarie del Vecchio Mondo.
  • Il genere Datura si è originato esclusivamente nel Nuovo Mondo e alcune specie sono state introdotto nel Vecchio Mondo in epoca post-colombiana.
  • Il genere Datura si è originato e diversificato nel Nuovo Mondo ma almeno una specie si è diffusa nel vecchio mondo (Asia) in epoca precolombiana.

Attualmente la seconda ipotesi risulta essere la più accreditata tuttavia essa non tiene conto di notevoli prove letterarie e archeologiche a supporto di una origine, o presenza precolombiana, asiatica. La terza ipotesi invece sembrerebbe conciliare le ricerche tassonomiche americane con le fonti storiche indoeuropee. Attualmente la questione è ancora aperta.

Per chi desiderasse approfondire questa “spinosa” questione, in bibliografia troverà gli articoli di riferimento.

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Gruppo di piante di D.stramonium. Si notino la forma dentata delle foglie e i fiori isolati all’apice dei rami.

La confusione è l’ombra che accompagna questa specie tanto che anche l’etimologia è molto discussa. Le ipotesi più accettate e diffuse ritengono che il nome generico Datura derivi dal sanscrito “dhattUra”, mela spinosa, oppure dall’arabo “tatôrah”, composto dalla radice “tat-” in relazione alla spinosità del frutto (Di Massimo, 2002), mentre l’epiteto specifico potrebbe derivare dal verbo latino “sólor” “io consolo” in virtù delle proprietà eccitanti della pianta in grado di risollevare dalla tristezza.

Certa è la sua tendenza spiccatamente nitrofila per cui gli habitat ottimali sono zone ruderali, incolti, arenili, margini e fossi, talvolta risulta infestante delle culture cerealicole e del tabacco. In Italia risulta stabilmente naturalizzata in tutto il territorio dal livello del mare fino ai 900 m.

Per quanto concerne la morfologia D. stramonium è una pianta annuale erbacea a portamento cespuglioso alta dai 30 ai 150 cm, caratterizzata da un robusto fusto eretto, cilindrico, talvolta cavo, dicotomicamente ramoso e densamente pubescente. La forma biologica è T scap (Terofita scaposa). La radice si presenta come un denso fittone fusiforme. Le foglie hanno disposizione alternata, lungamente picciolate, lunghe 10-25 cm, ovate, con denti larghi e acuti sul margine e base troncata, asimmetrica. I nervi principali sono prominenti, la pagina superiore di colore verde scuro, quella inferiore verde chiaro e glabra. Il picciolo è generalmente percorso da una fila di peli nella parte superiore e da giovane presenta alcune glandule rossastre. Le foglie, se stropicciate, rilasciano un odore molto sgradevole. I fiori di colore bianco (talvolta violaceo) sono ermafroditi e isolati, situati all’ascella delle ramificazioni o all’estremità dei rami e portati su corti peduncoli. Il calice è leggermente rigonfio alla base, tubuloso, pubescente, a 5 sepali con lobi saldati. La corolla che esternamente è glabra, è bianca, lunga 6-10 cm, di forma tubuloso-campanulata, con 5 lobi lesiniformi divergenti; 5 stami della stessa lunghezza. L’ovario ha un lungo stilo e stimma bifido. I fiori emanano un forte odore dolciastro tanto da risultare sgradevole. I frutti sono capsule ovoidali larghe 3-7 cm, pubescenti con corti peli e a volte con glandule rossastre, divise in 4 logge, irte di aculei lunghi 0,5-1,5 cm. Al loro interno sono contenuti numerosi semi reniformi, neri e rugosi di circa 3 mm, appiattiti sulle facce laterali e minutamente tubercolari. L’antesi si protrae da giugno ad ottobre mentre la fruttificazione da luglio a novembre. L’impollinazione è entomofila ad opera di lepidotteri notturne poiché i fiori si schiudono al crepuscolo, serrando i petali nelle ore di luce.

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Il frutto dello stramonio è una capsula irta di spine. Qui è ancora in stadio di maturazione.

“Quando i ladri voglion rubbare alcuno, mettono de quei fiori ne i cibi e glieli danno a mangiare, perciò che tutti coloro che ne mangiano, perdono il cervello e vengono in grandissime risa e liberalità, concedendo di propria volontà che ogni uno loro rubbi” così scriveva il botanico Charles de l’Écluse, meglio noto col nome latino Carolus Clusius (1526 – 1609), riguardo i potenti effetti dello stramonio.

Apprezzata nella tradizione diabolica e stregonica D. stramonium era tra le piante predilette di streghe e negromanti, spesso usata nei sabba e nei riti demoniaci per richiamare gli esseri infernali. Più prosaicamente era anche l’erba di avvelenatori, briganti, ladri e cortigiane bramose di potere che si servivano dei semi di stramonio per alterare la mente delle proprie vittime, annientandone la volontà e inducendole a rivelare segreti inconfessabili (A. Cattabiani, 1998).

Grazie al Manoscritto Badiano (Libellus de Medicinalibus Indorum Herbis) del 1552, scritto da due farmacisti aztechi educati da sacerdoti spagnoli, sappiamo che aztechi ed indios ricorrevano allo stramonio (chiamato tolohua, toloatzin e toloache) come erba curativa e meditativa in grado di aiutarli nei loro viaggi sciamanici. Essi ritenevano che fosse in grado di rivelare la vera natura di chi ne facesse uso. Tra gli induisti è attualmente considerata una pianta sacra alla dea Shiva Nataraja (particolare raffigurazione della dea della distruzione mentre esegue una danza) e i fiori della Datura ornano i capelli della dea (Pennachio, Marcello et alii, 2010).

La sua potenza allucinogena è tale che, insieme alle congeneri giusquiamo, belladonna e mandragora, fu annoverata tra le piante maledette (Di Massimo S., 2002) e messa all’indice dalla Chiesa Cattolica durante l’inquisizione. I racconti medioevali che riferiscono di possessioni diaboliche, licantropia e levitazione si ritiene essere riconducibili agli effetti tossici e psicotropi dei principi attivi presenti in queste piante (Ente Parco Nazionale della Majella, 2015).

Ma quali sostanze rendono lo stramonio, dal profumo sottilissimo e ammaliante, così pericolosa e al contempo malignamente affascinante? Le ricerche biochimiche effettuate negli anni hanno individuato la presenza di numerosi alcaloidi: ioscina, iosciamina, atropina, scopolamina, oltre ad acido malico, acido atropico, tannini, ossalati di calcio e potassio.

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Capsula di stramonio matura. Si notino le 4 logge centenenti centinaia di piccoli semi neri reniformi.

L’intera pianta risulta estremamente velenosa e gli organi con maggiori concentrazioni di principi attivi sono i semi e le foglie. Nelle foglie il contenuto di alcaloidi varia tra lo 0,2 e lo 0,5% mentre nei semi è compreso tra 0,4 e 0,6%. Nella pianta fresca l’alcaloide più abbondante è la iosciamina (circa 90%) che può facilmente trasformarsi in atropina. È presente anche un piccolo quantitativo di scopolamina e scopoletolo (cumarina) oltre a sostanze minerali. Atropina e iosciamina hanno la stessa attività poiché entrambi sono parasimpaticolitici ossia inibiscono la fissazione dell’acetilcolina (neurotrasmettitore) nei recettori muscarinici, negli organi periferici e nel sistema nervoso centrale. Quindi a livello cardiaco si ha un aumento del ritmo; a livello vascolare si ha una vasodilatazione; a livello intestinale si ha una inibizione dell’attività dell’apparato; un’inibizione a livello delle secrezioni (salivare, gastrica, pancreatica, biliare, sudorale e branchiale) e a livello del sistema nervoso centrale l’atropina causa notevole eccitazione, disorientamento, allucinazioni, delirio e confusione mentale (E. Maugini, L.M. Bini, M.M. Lippi, 2006). Questi effetti naturalmente sono dipendenti da molti fattori, in primis la concentrazione di sostanze attive che varia notevolmente in base allo stadio fenologico della pianta e alle condizioni ambientali e di stress che agiscono sul vegetale. Tuttavia la scarsa appetibilità delle sue parti attive riduce notevolmente la possibilità di intossicazione di natura accidentale (Di Massimo S.,2002).

Tuttavia la necessità di cure nuove ed efficaci non ha frenato la medicina popolare dal servirsi dei potenti effetti dello stramonio, non scevri da pericolosi effetti indesiderati. Secondo quanto riportato dal botanico Severino Viola ci si serviva di foglie e semi poiché antispasmodici, antiasmatici, antinevralgici e antireumatici. Nei suoi preparati vi era un certo effetto contro tosse nervosa, incontinenza, epilessia e nevralgia. I metodi d’impiego più utilizzati erano infusi e decotti, sigarette e tinture alcoliche ma anche pomate per uso esterno mischiando il succo delle foglie con del grasso (L.P. Da Legnaro 1973). Ancora oggi in oftalmologia ci si serve dell’atropina per indurre la midriasi (E. Maugini, L.M. Bini, M.M. Lippi, 2006).

Negli anni ‘30 del secolo scorso si ricorse alle proprietà di D. stramonium per curare il morbo di Parkinson, epilessia e altri malattie che indicevano spasmi muscolari e convulsioni, tuttavia oggi la medicina ufficiale ha abbandonato l’uso di questa pianta privilegiando altre sostanze. Attualmente sono in commercio alcuni medicinali omeopatici con derivati dello stramonio quali Stramonium pentarkan e Spasmol (Schonfelder P., Schonfelder I., 1982).

In Abruzzo lo stramonio (stramunije, grandemonio, noce pazza, noce sponciva) risulta diffuso in tutte le province, seppur con scarsa frequenza. L’essere una specie alloctona, oltre che velenosa, probabilmente ha relegato lo stramonio ad essenza marginale nella cultura e nella medicina popolare abruzzese, tuttavia sono noti alcuni rimedi domestici tra i quali l’uso delle foglie in pediluvi contro i geloni o il confezionamento di sigarette contro gli attacchi d’asma (Pirone G., 1992). Pare che nei pollai fosse pratica comune appendere delle foglie fresche di stramonio riunite in mazzetti per combattere una pericolosa parassitosi chiamata occhio o pidocchio pollino (Tammaro F., 1984).


ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali e sono riportati per puro scopo informativo, pertanto declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.


Bibliografia e sitografia:

Cattabiani A., 1998. Florario: Miti, leggende e simboli di fiori e piante. Arnoldo Mondadori Editore, Milano.

Da Legnano L.P., 1973. Le piante medicinali. Roma

Di Massimo S. 2002. Piante e Veleni. Pesaro (PU)

Garzia Dall’Horto, Due Libri Dell’historia De I Semplici, Aromati, Et Altre Cose Che Vengono Portate Dall’Indie Orienatali. Venezia 1576.

Geeta R. & Waleed Gharaibeh, 2007, Historical evidence for a pre-Columbian presence of Datura in the Old World and implications for a first millennium transfer from the New World, Journal of Bioscience, pp. 1227-44.

ISPESL, 2008. Le piante degli orti e dei giardini: prevenzioni del rischio. Quaderni tecnici per la salute e la sicurezza.

Lapucci C., Antoni A.M., 2016. La simbologia delle piante. Sarnus editore. Firenze.

Maugini E., Maleci Bini L., Mariotti Lippi M., 2006. Manuale di botanica farmaceutica. Piccin edizioni, Padova.

Pennachio, Marcello et alii, 2010. Uses and Abuses of Plant-Derived Smoke: Its Ethnobotany As Hallucinogen, Perfume, Incense, and Medicine. Oxford University Press. p. 6.

Pignatti S., 1982. Flora d’Italia. Bologna.

Pirone G. et al., Piante velenose d’Abruzzo, 1992. Cogecstre. Penne

Schönfelder P., Schönfelder I., 1982. Atlante delle piante medicinali. Franco Muzzio & c. editore, Padova

Tammaro F., 1984. Flora Officinale d’Abruzzo, Regione Abruzzo, a cura del Centro Servizi Culturali-Chieti.

Viola S., 1975. Piante medicinali e velenose della flora italiana. Novara

Yáñez C. et al., 2001-02, La fossa de Pratz (Andorra), un jaciment del bronze mitjà al Pirineu, Revista de Arqueologia de Ponent, vol. 11-12, pp. 123-150.

Yáñez C. et al., El mòn funerari al final del V millenni a Andorra: la tomba de Segudet (Ordino). CYPSELA 14, 2002. 175-194

http://www.floraitaliae.actaplantarum.org/viewtopic.php?t=10207

http://samorini.it/site/archeologia/varie/archeologia-dature/

http://www.samorini.it/doc1/alt_aut/ad/amigues-note-sur-le-statu-de-datura-stramonium-en-europe.pdf

http://www.photomazza.com/?Datura-stramonium&lang=it

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