Buongiorno amici di Flora d’Abruzzo, eccoci con la nostra rubrica settimanale de “La pianta della settimana”. Oggi vi raccontiamo di una specie molto particolare, attualmente in fiore, e che è possibile osservare in tutto il territorio regionale.

Innocua, anonima, innocente azzarderebbe qualcuno e invece tossica, variopinta e maliziosa con un segreto che scorre al suo interno.

Euphorbia characias L.
Euforbia cespugliosa
Euphorbiaceae
Forma Biologica: P caesp
Tipo corologico: Steno-Medit.

Euphorbia characias L. è una pianta legnosa a portamento cespuglioso tipica della regione mediterranea e comunemente diffusa in Abruzzo. Legata agli ambienti caldi e soleggiati trova il suo optimum nella macchia mediterranea colonizzando garighe rocciose, ripidi versanti e le chiarie delle leccete.
Le accese tonalità verdi dell’infiorescenza, il rosso bruno delle ghiandole nettarifere a mezzaluna in contrasto con il giallo delle antere, l’affascinante glaucescenza fogliare e il robusto fusto rossastro colmo latice bianco donano vita e colore agli aridi prati mediterranei in uscita dall’inverno.

Ed è proprio il latice contenuto in tutte le parti verdi della pianta che caratterizza Euphorbia characias. Al suo interno si trova una miscela di principi attivi costituito da una miscela di vari alcaloidi e glucosidi saponinici, nella quale prevalgono euforbia ed euforbone, che rende tossica queste specie in ogni sua parte, e il genere Euphorbia con essa. Se a contatto con gli occhi e le mucose il latice biancastro può scatenare dolorose irritazioni e, qualora ingerito, provoca nausea, vomito, bruciore gastro-intestinale e dolori addominali.

Nonostante la tossicità dei principi attivi, le proprietà purganti, rubefacenti ed emetocatartiche dell’Euforbia cespugliosa ne hanno comunque garantito un certo utilizzo nella medicina popolare tradizionale.
Eppure secondo Manzi (2003) pare che non fossero le virtù curative a rendere l’Euforbia cespugliosa particolarmente in voga nell’Abruzzo rurale del secolo scorso ma proprio la sua tossicità mista all’incoscienza adolescenziale dei ragazzi di ogni epoca. Egli riporta l’usanza diffusa tra i giovani abruzzesi di spremere alcune gocce di latice irritante sul glande del loro pene in modo da ingrossarne le dimensioni e indurre spasmi e movimenti involontari. Questo modo piuttosto pericoloso di vantarsi delle dimensioni del proprio organo sessuale rappresentava per i maschi una sorta di rito di passaggio dall’età puberale all’età adulta.

Anche le ragazze non erano immuni da queste vanterie e pare che usassero lo stesso latice per ingrossare i capezzoli e rassodare i seni affinché risultassero più prosperose ed attraenti.
Questa pratica ha dato origine al malizioso fitonimo dialettale “Bottacelle” conosciuto in tutta la regione per indicare l’Euphorbia characias ed in generale tutte le altre euforbie secernenti latice urticante. Un altro fitonimo molto diffuso nella regione è “tutumaje” o “titimaje” ma questa è un’altra storia…

Se anche voi conoscete questa pianta e le tradizioni ad essa appartenenti scrivetelo nei commenti!

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.