Amici di Flora d’Abruzzo, ben ritrovati con la nostra rubrica settimanale. Oggi parliamo di una pianta che da sempre stimola la curiosità degli osservatori che la incontrano lungo le loro passeggiate…molti la conosceranno con il nome di “coda cavallina”, ma scopriamola insieme:

Equisetum telmateia Ehrh.
Equiseto massimo, Equiseto maggiore, Coda di cavallo maggiore
Equisetaceae
Forma biologica: G rhiz
Tipo corologico: Circumbor.; Eurasiat.

Osservando le foto avrete di certo notato la presenza di due tipologie di fusti. Il primo, il fusto fertile è bianco-rossastro, corto e privo di clorofilla. Appare agli inizi della primavera e permette la riproduzione della pianta tramite il rilascio di spore. Successivamente avvizzisce e viene sostituito da un fusto verde, scanalato, più alto e molto ramificato, diviso in segmenti separati da nodi. Si tratta del fusto sterile, fotosintetico, presente per il resto della stagione.

Il nome del genere, Equisetum, deriva dal latino con il significato di “crine di cavallo”, in allusione alla forma dei fusti sterili. L’epiteto specifico deriva dalla parola greca “telma”, ovvero “palude”, in riferimento alla sua ecologia. In Abruzzo, le diverse specie di equiseto (ben 8 nella nostra regione) vengono indicate comunemente con i termini: Cudelle, cudillotte, cudine, code de surge. L’Equisetum telmateia si può rinvenire frequentemente su terreni umidi e freschi, spesso lungo le sponde di corsi d’acqua o luoghi paludosi, dal piano fino a 1500 m s.l.m.

Tra i suoi principi attivi si annoverano: glicosidi flavonici, saponine (equisetonina), acido silicico (in parte solubile in acqua), alcaloidi (equisetina), sali di ferro, potassio, manganese, magnesio e calcio, tannini. Viene utilizzato nella fitoterapia per le sue proprietà antiemorragiche, astringenti, depurative, diuretiche e per via esterna decongestionanti e vulnerarie sulle emorroidi, epistassi, varici, infiammazioni del cavo orale e ferite cutanee. Un tempo, veniva impiegato per la pulizia delle stoviglie di stagno e per levigare legno e avorio, grazie al suo elevato contenuto di silice (con forte effetto abrasivo).

Gli usi tipici abruzzesi sono riferibili sia questa specie che ad un altro equiseto, che si incontra negli stessi ambienti, l’Equisetum arvense L. (Equiseto dei campi). I rami sterili venivano raccolti e usati in decotto somministrato nel mal di pancia, come diuretico e remineralizzante, nella cistite e nella prostatite. Come uso esterno, l’equiseto era applicato su ferite e contusioni. Ai getti fertili spetta sorte ben diversa, le cime vengono raccolte e mangiate fritte in olio! (Tammaro, 1984). Anche Pietro Andrea Mattioli (1501-1577), illustre medico e botanico del Cinquecento, ci parla dell’importanza alimentare di questa pianta, oggi del tutto trascurata. Sembrerebbe essere uno dei cibi poveri più ricercati durante il periodo quaresimale, quando altre fonti di alimentazione scarseggiano. Mattioli scrive: “Produce questa, quasi nel nascimento suo, un certo germoglio grosso e tenero, simile ad una ghianda i quali chiamano i nostri maremmani senesi platrusali, usati d loro nei cibi per la Quaresima, prima cotti lessi nell’acqua poi infarinati e fritti nella padella in cambio di pesce”.

Conoscete qualche altro uso o tradizione legata a questa pianta? Scrivetelo nei commenti!

ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali sono riportati per puro scopo divulgativo, pertanto Flora d’Abruzzo declina ogni responsabilità sull’ utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.