Buongiorno amici di Flora d’Abruzzo! Puntualissima la nostra rubrica di botanica in pillole: “LA PIANTA DELLA SETTIMANA”.

Oggi descriviamo una specie lianosa molto diffusa che si avvinghia saldamente alle piante circostanti per raggiungere la luce del sole. Le cere naturali sulla cuticola fogliare sembrano lacca cinese e fanno brillare le foglie di un verde vivo e gioioso.

Dioscorea communis (L.) Caddick & Wilkin
Tamaro, Cerasiola, Vite nera
Dioscoridaceae
G rad
Euri-Medit.

Li cim lisce”, così vengono chiamati in Abruzzo i germogli del Tamaro e, per sineddoche, l’intera pianta. Sia il fusto che le foglie infatti sono glabri e lucenti tanto che se illuminati del sole paiono finemente laccati da un abile artigiano.

Il Tamaro è una pianta erbacea perenne, dioica a portamento lianoso avente una radice tuberosa ingrossata dalla quale ogni anno germogliano fusti esili e flessuosi ricadenti verso il basso. La pianta nel suo slancio stagionale può arrivare ad un’altezza di 4 metri. Le foglie sono facilmente riconoscibili grazie alla lamina cuoriforme e al lungo picciolo recante all’ascella i racemi fiorali.

In quanto pianta dioica esistono individui maschili e femminili che si distinguono osservando le differenze dei racemi: i maschili sono lunghi fino a 15-16 cm contrariamente i femminili sono molto più. L’antesi va da aprile a luglio in base all’altitudine e i fiori presentano una colorazione verde pallido virante al giallastro che li rende poco appariscenti. Ad attirare lo sguardo sono i frutti maturi: tra giugno e settembre spiccano tra a boscaglia numerose bacche subglobose rosse e brillanti riunite in grappoli penduli che contengono 3-6 semi sferici rossi.

La Cerasiola vegeta nella macchia mediterranea, in boscaglie e arbusteti e nei boschi termofili dal mare fino al piano montano ed è molto diffusa su tutto il territorio nazionale e regionale.

Come nel regno animale nel quale i colori sgargianti sono avvisaglia di pericolo (aposematismo) anche nel regno vegetale vale spesso la stessa regola. Infatti l’intera pianta, in primis le bacche, sono velenose poiché il loro corredo biochimico comprende diosgenina, yamogenina e composti saponinici che per contatto esterno possono provocare dermatiti ed infiammazioni cutanee; nel caso di ingestione inducono infiammazione della mucosa orale, nausea, vomito e dolori addominali.

In passato la medicina popolare abruzzese ricorreva a foglie e bacche di tamaro per curare dolori cervicali, sciatiche, distorsioni articolari e artriti, tuttavia la medicina moderna non ha riscontrato nessun effetto benefico. La radice essiccata e polverizzata invece serviva per preparare infusi diuretici, purganti ed emetici. Il Prof. Pirone riporta l’usanza presso Isola del Gran Sasso di mangiare, previa cottura, i germogli giovani o turioni del tamaro insieme a germogli di asparago, stracciabraghe e luppolo. I composti termolabili infatti sono presenti in misura minore nei giovani getti.

Tuttavia sconsigliamo fortemente il consumo di questa pianta tossica e rinnoviamo l’invito a tutti di non raccogliere erbe spontanee sconosciute e di consultare un esperto prima di mangiare piante spontanee.

Se anche voi avete visto il tamaro in una vostra escursione e conoscete alcuni aneddoti o usi a riguardo scrivetelo nei commenti e aiutateci a divulgare!